Monforte in
Narrativa -
[ Sunday, 26 July 2009 alle 15:38 ]
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79 |
TWEETY
A questo mondo vi sono solo due tragedie:
una è il non ottenere ciò che si vuole;
l’altra è proprio ottenerlo.
(Oscar Wilde)
Stavo ancora pensando a lei. Pure qui, anche adesso, mi succhiava il cervello.
Stavolta ero stracotto.
Faceva il mimo sotto i portici del centro, e con le sue gag, intratteneva adulti e bambini. Ogni mattina, sempre puntuale passavo a trovarla, e accanto ai sandali mollavo un cadeau. Ieri Perugina, oggi dei fiori…domani magari due versi…rassegnato a non ricevere un grazie, da sta muta e immobile artista. Ne parole o sorrisi, solo effimere danze meccaniche, serbate a chiunque: il suo modo per dirmi addio.
Ma a me non bastava. La volevo a ogni costo.
Al solito, m’invaghivo delle più impenetrabili: o erano matte clochard semivestite oppure signorone di rispetto, seriamente impegnate. Ma dovevo riconoscerlo: sta neoclassica venere, pareva la Pfeiffer intinta nella cipria! Stessi zigomi, taglio d’occhi e labbra tumide… il suo viso mischiava simmetrie d’artificio a un’espressività raggelante.
Anch’essa più vecchia di me, l’allontanava dal gregge un eleganza, non proprio matura o sciupata… forse “vissuta” era il termine giusto. Potevo chiamarla nipote sta attrice da oscar, premiata col distacco. Questa femme fatale che mi privava dei fiati. Volevo sapere tutto di lei. Da quale mondo proveniva, dove abitava, se si nutriva o avesse freddo la notte… se sospirasse…e sotto quale principe (beato lui!). Volevo un’occasione, nient’altro…e le avrei mostrato quanto amasse il Vinnifoto.
<<Ti offro carriera Germano, e crescita professionale…>> m’incitava intanto il mio supervisore. Una tipa sui quaranta, conosciuta a un party per manager-piramide, a cui offrivo vassoi di tartine. Si chiamava Giulia, teneva una faccia da troia borghese che avrei tanto voluto gonfiare, senz’aghi botulinici. Quel viso era inguardabile, ma in compenso sfoderava un corpicino niente male. Generosa di petto e glutei, quanto di borsello. Mi campava da mesi, ed io la scopavo con gaudio. Era un fiume in piena, un oceano di passione… aveva quell’estro che hanno solo le galline come lei, specie in carriera e post-divorzio(sai che brodo!) Chiaramente avrei dato mille, di quei gemiti, in cambio d’un bacio, uno solo…alla mia bella statuina.
“Piccolo mio” le piaceva chiamarmi, “tesoruccio”,“bel nasino”… ed io non contestavo… Finché dall’estetista, si vantava dei miei record, di certo avrei avuto nutella, sigarette ed alcolici, per non parlare di un tetto sulla testa. Pensavo di vivere un sogno. Tutto filava a gonfie vele! Eccolo il santo Graal, la chimera d’ogni adolescente…! Se non che un bel dì, questa scema se ne uscì col ghiribizzo d’infilarmi nel ramo bancario. A me, che non avevo esperienze o cultura in finanze… Le cui sole relazioni stabili, maturate coi clienti, risalivano agli anni di spaccio.
Ma lei insisteva sull’acume oratorio, il talento seduttivo ed il fascino da bullo che mi distinguevano. Diceva <<…questo sguardo indurrebbe chiunque ad aprire un conto….>>ed io le credetti. Riuscì talmente a gonfiarmi la testa, che mi lasciai trascinare in un folle meeting nella terra del “caimano”, dove fra riso ed armonia interiore, aperitivi con noccioline, mi trivellarono d’idee subliminali e svariate dottrine.
Mentre spartivano mari, monti e guadagni da sogno.
Giulia m’iniziò come scrittore semi-affermato, e grazie a lei quantomeno evitai i primi casting. Ma per il master non ci fu verso, controvoglia me lo sorbii.
Tornammo in “patria” con l’emicrania e un guardaroba d’abiti Armani che mi costrinse a indossare. Per lei vestivo trash, e ciò non s’addiceva alla figura d’un manager.
<<MPF!>>.
L’accontentai per gioco, volevo spingermi al limite e poi rinsavire. Sentirmi un colletto bianco, schiavo di me stesso, frustrato dall’ascesa. Per una volta sola.
Mentre eccitata blablablava del mio business, sbottonavo i jeans sfilandomi anfibi e felpa.
Dopo una vita di sciattezze, in meno di un secondo mutai la pellaccia.
Così dove prima sfoggiavo tatoo, in bella mostra restavano griffe e accessori superflui. Che schifo! <<…Sei bellissimo tesoro…>> lacrimò col tremolio d’una madre, dinanzi al figlio sposo. Ma mi sentivo uno sfaccendato dandy, pronto per l’happy hour. <<….non avere paura….mettiti in gioco….>>. “Non c’ho paura di niente” avrei voluto dire. “Voglio libero accesso al tuo letto ed al frigo, solo questo”.
Già, perché di cambiare vita non me ne fotteva proprio. O almeno lo pensavo.
Vero è che guadagnavo più stima sfilando un giorno così, che in una vita con addosso quegli stracci.
Inoltre avrei trovato finalmente un equilibrio, delle mete da raggiungere. Più dignità.
Senza restare attaccato ai suoi capezzoli, come un parassita per il resto degli anni….
<<Peroooo…!>> esclamai fissando lo specchio. Cominciavo a sentirlo un pò mio questo look…:Germano il… anzi no, signor Vinnifoto… il FAMILY BANKER! Come suonava bene! <<…dai accetta la sfida…>> s’ostinava a persuadermi, e alla fine cedetti.
<<Ok…penso di essere pronto>> le comunicai
<<Prima però ci vuole un brindisi bel nasino… e voglio scolarmelo a letto con te>>
Che rottura, pensai. Come al solito non c’era più champagne (finiva sempre tutto da quando stavo qua) e ovviamente toccava al qui presente uscire a compralo. Certo che sfamare ogni voglia di sta ninfomane iniziava a stufarmi. Riuscii a sfilarle cinquecento euro dalla “The Bridge” e con la ventiquattrore in mano, vestito a damerino, mi recai giù all’enoteca.
Feci il giro lungo, per staccar la spina e rigodermi la statua. Un pegno pur’oggi, per scioglierle il ghiaccio, e immolarmi al suo gelo un istante. Non m’aspettavo altro.
Per fortuna sbagliavo.
<<MPFah! Ah! Ah! Non ci posso credere… il mio poeta…ma come ti sei conciato? Ahahahahah!>> incredibile! Michelle Pfeiffer parlava.
Rotto le righe.
Sverginato sorriso.
Non era più quella Barbie senz’anima, di cui m’ero invaghito. Il suo scherno mi giungeva come il sole nelle chiese gotiche: limpida e sincera luce… aveva il suono dell’aurora: cinguettio d’allodole e ruscelli scroscianti… fiori che si schiudono, il fischio del vento tra i fili d’erba…: inebriante richiamo d’amore!
Ecco la mia chance!
Scaricai nel cassonetto la borsa, giacca, cravatta… e con esse anche Giulia. Da quel momento non l’avrei più rivista. Tenni solo l’euro, un souvenir con cui pagare il pranzo a Tweety la statua: madre dei miei figli… questo era il suo il nome!
Così finimmo a guardarci negli occhi, sulle panche scomode d’un cesso bar, strafogandoci allegri intanto che Bacco fracassava il ghiaccio. Avventori e camerieri dai tavoli accanto ghignavano la scena. Non capitava spesso di vedere una statua arrotolare spaghetti.
Fra ironia e convenevoli volò il pomeriggio, in quel velato civettare, con davanti il copione di sempre. Perché in fondo cos’è un primo incontro, se non la scusa per bugie, comode all’altrui interesse. Diciamocela tutta: è alquanto improbabile che un uomo e una donna equo-attratti, si facciano due sane chiacchiere, senza pesare ogni gesto e parola sul piano dell’eros.
Però che tenera…! Nel suo schiudersi a me… totalmente! Pareva sincera, sincera.
Disse d’aver quarant’anni, che amava i canarini e Tweety era il nick di Iolanda, originario d’Avana, sua terra natia. Quarta di cinque sorelle, era la pecora nera d’una famiglia “viddana”.
All’altra caraffa, seppi ch’errava fuggendo all’animaccia del padre, che in un tempo lontano e vicino se la spassò con lei nel fienile.
Alla terza, mi parlò della cirrosi che se lo portò via. Anche se non ricordava quando, ne quante lacrime pianse ridendo.
Dopo l’amaro n’ebbi piene le palle, di lei del padre e della cazzo d’infanzia drammatica. In meno d’un ora la sezionai come un morto. Nulla più d’inesplorato? Tutto stava andando in fretta! Troppo in fretta! Non ci provavo gusto.
Iniziai cogli sbuffi e lei confessò d’amarmi sin dai primi versi. Nessuno mai l’incoronò musa, con dediche a seguito. Incredulo dissi <<Impossibile!>> dinanzi avevo l’anima più bella al mondo, e non scherzavo! <<Ma così schiava d’amore, quanto impaurita…>> m’interruppe.
<<Vorrei che mi baciassi Tweety…sono mesi che l’aspetto>> balbettai col cuore in gola, mentre un “nasino” cercava altre nari. Ma lei si voltava eludendo il mio sguardo.
Manco avessi l’AIZ…
…o l’occhio di medusa!
<<È un’arma a doppio taglio il cuore! Ti fa perdere coscienza, lasciandoti spiazzata, indifesa…ed io sono scottata!>>
Pensai “che cazzo, niente su e giù”?. Questa, di marmo aveva anche il cuore! Ma perché beccavo sempre le più trite…!? E andavo a stagionate, pace alle ganasce! Bah! Meglio le troiette con menarca e ridarola!
Replicai <<Non ti farei mai soffrire Tweety, io tia…>> stavo per dirlo da non credere! E giuro che parlavo sul serio. Ma con l’indice tappò le mie labbra, scioccandomi ancora.
<<Shhh…voglio fare l’amore con te…ma devi stare zitto! Ti prego, sta zitto!>> non fiatai neppure.
Andammo da lei.
Per casa aveva un camper del giurassico, con tutte e quattro le gomme andate.
Ovunque c’era odor di fica e solitudine.
Entrai dentro con lei in braccio, tipo sposa.
Via parrucca, costume e quei chili di trucco…
La sua pelle era liscia e fragrante, d’un candore esagiato… in contrasto col nero dell’intimo.
Le baciai il basso ventre facendola nitrire.
Con nonchalance mi disfai degli slip e dolcemente sprofondai in lei, come in un sogno etereo.
Poi il tempo cessò d’esistere.
<<Oh Germano, mio amore…>> le saliva ansimando la voce, prima di perdersi in echi lontani. Le anche mie dondolavano in ritmi crescenti, mentre lei con le unghie marcava la schiena. Solo allora capii che in realtà non l’amavo. Non riuscivo a spiegarmene il senso… la bramai così tanto che… a letto era una bomba ma…
Certo non la meritavo.
Feci più in fretta che mai. Grazie al cielo era un lago, e non pareva fingesse.
Respiravo i suoi boccoli biondi che sapevano d’estate, in cascata sul mio inverno. Lei cantilenava “e poi e poi e poi…” sorridendomi a tratti <<”…l’importante e…e…e…”>> Cominciava a darmi il panico.
A un cero punto mi chiese <<Non ti rivedrò vero?>>.
<<Ma come ti salta in mente? Tutte le mattine, alla stessa ora…come sempre…per sempre!>
Fu allora che i suoi occhi si spensero autistici, il corpo divenne pesante, rigido marmo…
…e la donna tornò statua.
Non passai più a trovarla!
Ancor’oggi mi faccio schifo!